La Cina è il più grande produttore e consumatore di auto elettriche al mondo. Eppure, paradossalmente, oggi si trova intrappolata in quello stesso successo: fabbriche che sfornano veicoli a un ritmo impressionante e un mercato interno che non riesce più ad assorbirli. La soluzione trovata? Semplice: esportare. Nulla di strano, direte. Ma il metodo scelto desta non poche perplessità.

Sempre più EV vengono infatti spedite all’estero come usate a chilometro zero, pur essendo di fatto nuove. Una pratica formalmente legale, sostenuta da molte amministrazioni locali, ma che rischia di trasformarsi in un boomerang.
Il trucco delle immatricolazioni-lampo
Il meccanismo è chiaro: le auto escono dalle fabbriche, vengono immediatamente immatricolate dai dealer per risultare vendute e beneficiare degli incentivi, poi deregistrate ed esportate in mercati come Russia, Medio Oriente o Asia Centrale.
Il costruttore incassa, l’esportatore guadagna (anche bene: oltre 1.000 euro di margine medio per unità), e le autorità locali mostrano numeri di crescita che soddisfano Pechino.
Sulla carta sembra win-win. Ma lo è davvero?
Una strategia miope
Questa scorciatoia , spinta persino da governi locali con licenze speciali, magazzini gratuiti e agevolazioni fiscali, ha un pregio: muove rapidamente i volumi.
Ma è una visione di corto respiro.
Perché se il messaggio che arriva ai mercati esteri è: “vi stiamo scaricando auto nuove camuffate da usate per gonfiare le statistiche interne”, la conseguenza è una sola: perdita di fiducia.
E in un settore come quello automotive, la fiducia è tutto. Senza, non si costruisce un brand globale.
La Cina divisa
Non tutti in Cina la pensano allo stesso modo.
- Great Wall Motors minimizza: non c’è eccesso di capacità, solo strategia industriale.
- Geely, al contrario, parla apertamente di grave surplus produttivo e di guerra dei prezzi che sta logorando il settore.
Chi ha ragione? Probabilmente entrambi. Le fabbriche sono sì operative al 60-70% in alcuni casi, ma questo non giustifica un modello di export che rischia di svalutare il prodotto.
La reazione internazionale
Non a caso i primi Paesi importatori hanno iniziato a reagire. La Russia ha imposto vincoli, la Giordania ha cambiato la definizione di “usato”. Segnali chiari: il sistema non potrà andare avanti così a lungo.
E l’Europa? L’UE osserva, già preoccupata dal dumping e pronta a blindarsi con dazi e controlli più serrati. Se il fenomeno dovesse sbarcare qui, le tensioni commerciali esploderebbero.
Opinione Automotoelettriche
Come team che vive ogni giorno la mobilità elettrica, crediamo che pratiche di questo tipo rischino di sporcare un percorso che dovrebbe restare credibile. L’EV non è solo tecnologia: è cultura, fiducia, trasformazione di un settore che deve dimostrare trasparenza.
Se la Cina vuole davvero diventare leader globale, deve dimostrare di poterlo fare senza trucchi da contabilità creativa. Altrimenti la strategia, invece che aprire porte, le chiuderà.
La transizione elettrica non ha bisogno di “auto usate ma nuove”: ha bisogno di serietà, innovazione e chiarezza.


