L’ex CEO del gruppo franco-italiano torna a parlare: previsioni dure sul futuro dell’automotive e un messaggio chiaro al management di oggi
Carlos Tavares, ex numero uno di Stellantis, rompe il silenzio e lo fa senza mezze misure. In un’intervista a Les Echos, il manager portoghese — che ha guidato il colosso nato dalla fusione tra FCA e PSA — attacca a tutto campo, tracciando uno scenario che suona come un avvertimento per l’intera industria automobilistica occidentale.

“Non sono sicuro che Tesla esisterà ancora tra dieci anni. Sono innovativi, ma verranno battuti dall’efficacia di BYD”.
Una frase destinata a far discutere. Tavares punta il dito contro l’avanzata cinese, guidata da colossi come BYD, che oggi domina per efficienza industriale e capacità di scalare la produzione di veicoli elettrici a costi sempre più competitivi. Secondo l’ex CEO, il marchio americano di Elon Musk — simbolo della rivoluzione elettrica — rischia di essere superato da un modello industriale più pragmatico e meno dipendente dal carisma del fondatore.
Occidente in ritardo
Nel mirino di Tavares finiscono anche i tedeschi. “Volkswagen rappresenta il nostro mondo occidentale che rifiuta di adattarsi”, afferma. Parole pesanti, ma in parte confermate dai numeri: nonostante enormi investimenti nell’elettrico, Volkswagen fatica a trasformarli in successo commerciale. L’equilibrio fra le tradizionali competenze meccaniche e la corsa al software non è ancora stato trovato, e i margini restano sotto pressione.
Stellantis, il rischio dello spezzatino
Le parole più amare, tuttavia, Tavares le riserva alla sua ex creatura: Stellantis.
“Mi chiedo quale sia oggi la loro strategia. Hanno rinviato di un trimestre la presentazione del piano industriale, perché erano occupati a disfare ciò che io avevo realizzato”.
Secondo Tavares, il gruppo potrebbe avviarsi verso una disgregazione interna: un “spezzatino” fra Europa, Stati Uniti e Cina. Uno scenario che prevede l’eventuale scissione delle attività industriali, con gli americani pronti a riappropriarsi della parte nordamericana e un player cinese interessato al business europeo.
Un’ipotesi estrema? Forse, ma non del tutto improbabile in un momento in cui gli equilibri geopolitici ed economici stanno ridisegnando le alleanze del settore.
L’asse americano cresce, l’Italia arretra
Intanto Stellantis guarda sempre più agli Stati Uniti.
Sotto la guida di Antonio Filosa, il gruppo ha annunciato investimenti record per 13 miliardi di dollari e l’assunzione di oltre 5.000 nuovi dipendenti negli stabilimenti di Illinois, Ohio, Michigan e Indiana. L’obiettivo: aumentare la produzione del 50% in quattro anni.
“Accelerare la crescita negli Stati Uniti è stata una priorità assoluta fin dal mio primo giorno”, ha dichiarato Filosa. “Il successo in America ci rende più forti ovunque”.
“Ovunque” — tranne in Italia, verrebbe da dire.
La crisi degli stabilimenti nazionali è ormai strutturale: nei primi nove mesi del 2025, la produzione è crollata del 31,5% rispetto all’anno precedente.
Appena 265.490 veicoli prodotti, di cui solo 151.430 auto (-36,3%) e 114.060 veicoli commerciali (-23,9%).
Il quadro è desolante: tutti gli impianti sono in calo, con perdite che vanno dal 17 al 65%.
Un futuro da ricostruire
Secondo la Fim Cisl, la produzione complessiva del 2025 non supererà le 310.000 unità, con quasi la metà dei lavoratori in cassa integrazione.
Le nuove produzioni — come la Fiat 500 ibrida in partenza a novembre e i modelli di Melfi (DS8 e Jeep Compass) — potranno dare un contributo solo dal 2026.
Ma servirà molto di più di un nuovo modello per invertire la rotta.
Servirà una visione industriale chiara, capace di conciliare la transizione elettrica con la salvaguardia delle competenze e della filiera europea.
Tavares, con la sua schiettezza, ha solo ricordato ciò che tutti sanno ma pochi ammettono: l’automotive globale è a un bivio, e chi non saprà adattarsi — come dice lui — rischia di essere “spazzato via”.


