Torino torna al centro di una transizione industriale che, fino a poco tempo fa, sembrava lasciarla ai margini. La crisi di Stellantis negli stabilimenti piemontesi ha inciso profondamente sul tessuto produttivo locale, portando molte aziende dell’indotto in una fase di forte incertezza: riduzione delle commesse, cassa integrazione prolungata, riconversioni forzate o, nei casi peggiori, chiusure.

In questo scenario complesso arriva un segnale inatteso ma significativo: BYD, oggi il più grande produttore di auto elettriche al mondo, ha individuato 85 aziende del territorio torinese disponibili a diventare fornitrici di componenti per i suoi veicoli. Una scelta che non è casuale, ma profondamente strategica.
La strategia di BYD: radicarsi in Europa creando valore locale
L’ingresso di BYD nel mercato europeo non si sta limitando a vendere auto competitive. Il marchio sta costruendo una filiera industriale completa, con:
- Stabilimenti in Ungheria (apertura confermata, ~10.000 lavoratori, 250.000 auto/anno)
- Un secondo sito in Turchia
- Un possibile terzo in Spagna per batterie
- Centro stile europeo a Milano già operativo
E ora, un tassello fondamentale: il coinvolgimento delle competenze italiane, in particolare torinesi.
Gli incontri che hanno portato a selezionare queste aziende sono stati facilitati da figure chiave che conoscono bene il DNA industriale italiano:
- Alfredo Altavilla, ex dirigente Fiat/FCA, oggi advisor BYD in Europa
- Alessandro Grosso, ex Stellantis, oggi responsabile BYD Italia
Non si tratta quindi di un’operazione esterna e distante: è un dialogo tra chi conosce l’industria dell’auto italiana dall’interno.
Perché Torino?
La risposta è semplice:
qui c’è ancora la cultura industriale dell’auto.
- Capacità produttiva sviluppata in decenni
- Ingegneria, prototipazione e lavorazioni complesse
- Maestranze altamente qualificate
Sono risorse che altrove, anche dove il costo del lavoro è inferiore, non si improvvisano.
Gli stessi dirigenti cinesi, durante gli incontri di febbraio, si sono detti “impressionati” dalla qualità della filiera.
Quali componenti potrebbero essere prodotti in Italia?
- Sistemi di cambio
- Freni
- Filtri e componentistica meccanica
- Parti per piattaforme e moduli
Non parliamo di dettagli marginali, ma di elementi fondamentali per auto che, sempre più, devono essere:
- Affidabili
- Scalabili nella produzione
- Competitive nei costi
Un’opportunità, ma anche una responsabilità
Il mondo sindacale lo ha espresso con chiarezza:
bene l’interesse di BYD, ma il valore deve restare sul territorio.
L’obiettivo non deve essere solo “trasferire know-how”, ma creare lavoro, stabilità, prospettive.
“BYD si è accorta della qualità della manodopera torinese. Gli unici che sembra se ne siano dimenticati sono quelli di Stellantis.”
Questo passaggio racchiude il punto centrale: la filiera non è finita, è solo in attesa di essere re-immaginata.
Uno scenario più ampio: la transizione elettrica come nuova identità industriale
BYD è cresciuta puntando su:
- Batterie LFP Blade proprietarie
- Piattaforme integrate e modulari
- Costi di produzione contenuti grazie all’autosufficienza industriale
Portare parte di questa catena in Italia significa avvicinare il futuro dell’automotive al nostro territorio, non subirlo.
Per Torino e per tante PMI dell’indotto, può essere un punto di ripartenza:
non più fornitori dipendenti da un unico committente,
ma partner di una filiera globale in espansione.
Conclusione
Il passaggio che stiamo vivendo è storico.
Non riguarda solo quale auto guideremo domani, ma chi la costruirà e dove.
- Se BYD sceglierà davvero di stabilizzarsi industrialmente in Italia
- Se le aziende torinesi sapranno innovarsi e non solo sopravvivere
- Se le istituzioni sosterranno la trasformazione
Allora Torino potrà tornare protagonista dell’auto.
Non più la città della Fiat del Novecento, ma la città europea della mobilità elettrica del futuro. La sfida è aperta.
E questa volta, non è una rincorsa: è un’occasione.


