Doveva essere uno dei pilastri dell’autonomia industriale europea nel settore delle auto elettriche. Invece, il progetto Novo Energy si è fermato. Volvo ha ufficialmente ammesso di non essere riuscita a individuare un partner tecnologico affidabile per la produzione delle celle, segnando di fatto l’ibernazione di una delle iniziative più ambiziose mai avviate in Europa sul fronte batterie.
Il piano originale era tanto ambizioso quanto simbolico: una gigafactory a Göteborg capace di produrre fino a 50 GWh all’anno, sufficienti per alimentare circa 500.000 veicoli elettrici, con un impatto occupazionale stimato in 3.000 addetti. Un progetto pensato per rafforzare l’indipendenza europea in un settore oggi dominato dall’Asia.

Il nodo irrisolto: il know-how industriale
Dopo oltre un anno di ricerche, Volvo ha dovuto prendere atto di un limite strutturale: senza un partner tecnologico in grado di gestire la produzione delle celle, Novo Energy non può operare come previsto. Le infrastrutture fisiche non mancano, ma ciò che serve davvero è il know-how industriale, quello che permette di trasformare un impianto in una fabbrica funzionante e competitiva.
Ed è proprio qui che emerge una fragilità più ampia dell’industria europea: la dipendenza dal sapere asiatico nella chimica delle celle, nei processi produttivi e nella scalabilità industriale. Un gap che, a oggi, nessun grande progetto europeo è riuscito davvero a colmare.
Nessun impatto sulla EX60, ma il segnale resta forte
Volvo ha precisato che lo stop a Novo Energy non dovrebbe influire sul lancio della Volvo EX60, il nuovo SUV elettrico basato sulla piattaforma SPA3, accreditato di un’autonomia intorno agli 810 km. Segno che, almeno nel breve periodo, l’approvvigionamento delle batterie resta garantito attraverso canali esterni.
Ma il messaggio di fondo resta chiaro: l’Europa continua a progettare, ma fatica a industrializzare. E mentre i progetti europei rallentano o si fermano, gruppi come BYD e Geely – quest’ultima proprietaria di Volvo – continuano a rafforzare il proprio dominio in Cina, integrando verticalmente batterie, celle, piattaforme e software.
Un’occasione rimandata (ancora)
Il caso Novo Energy non è un incidente isolato, ma l’ennesimo segnale delle difficoltà europee nel costruire una filiera competitiva delle batterie. Tra annunci ambiziosi, ritardi, partnership mancate e dipendenza tecnologica, il rischio è che la transizione elettrica europea resti legata a fornitori esterni proprio nel suo elemento più strategico.
La partita, va detto, non è chiusa. Ma il tempo corre. E nel mondo dell’auto elettrica, chi controlla le batterie controlla il futuro.


