Mentre Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e Canada hanno introdotto dazi sulle importazioni di auto elettriche cinesi, l’Australia ha scelto un approccio agli “antipodi”. Il risultato? Un dominio sempre più evidente delle case automobilistiche cinesi, che rappresentano oggi un terzo delle nuove immatricolazioni nel paese, percentuale che sale a due terzi se si considerano anche le Tesla prodotte in Cina.

Perché l’Australia non ha imposto dazi
Il motivo principale dietro questa scelta è legato alla scomparsa dell’industria automobilistica nazionale. Più di dieci anni fa, la produzione locale è crollata e, non avendo più un settore da proteggere, il governo australiano ha optato per un mercato aperto, senza barriere commerciali nei confronti dei produttori esteri. Tra questi, a beneficiarne maggiormente sono stati proprio i marchi cinesi.
Nel 2024, BYD ha registrato un incremento del 65% nelle vendite in Australia e le previsioni indicano un possibile raddoppio nel corso dell’anno, con la concreta possibilità di superare Tesla come leader del mercato. Un trend simile a quello registrato in Cina, dove le vendite del marchio di Elon Musk hanno subito una forte contrazione.
L’ombra della sicurezza nazionale
Se da un lato il successo delle auto cinesi è evidente, dall’altro ha generato preoccupazioni all’interno del governo di Canberra e tra gli alleati occidentali. L’Australia fa parte della rete di intelligence “Five Eyes” insieme a Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Nuova Zelanda, e alcuni analisti temono che le auto cinesi connesse alla rete possano rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale.
Il Dipartimento degli Affari Interni australiano ha dichiarato di “seguire attentamente gli sviluppi negli Stati Uniti” prima di prendere eventuali decisioni. La questione ha acceso il dibattito politico quando si è scoperto che il Ministro degli Interni australiano guida proprio un’auto elettrica di fabbricazione cinese.
Negli Stati Uniti, l’amministrazione Biden ha già mosso i primi passi, vietando software e hardware dei veicoli cinesi connessi alla rete, con l’obiettivo di impedirne la circolazione dal 2029, a meno che non adottino sistemi occidentali.
Una transizione ecologica e conveniente
Nonostante le tensioni geopolitiche, l’invasione delle auto elettriche cinesi in Australia porta con sé vantaggi in termini ambientali ed economici. Il paese ha accelerato la transizione verso le energie rinnovabili, puntando su eolico e solare per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Con i trasporti responsabili di oltre il 20% delle emissioni di CO2, la crescita delle immatricolazioni di EV contribuirà alla riduzione dell’inquinamento.
Inoltre, l’elemento chiave della competitività cinese rimane il prezzo. BYD propone sei modelli in Australia, tra cui la Dolphin, che è la prima auto elettrica disponibile a meno di 30.000 dollari australiani (circa 19.000 dollari USA). Questo ha reso le vetture cinesi molto più accessibili rispetto alle concorrenti giapponesi, coreane ed europee.
Il sorpasso su Tesla e il futuro del mercato
Mentre le vendite di Tesla sono calate del 17% in Australia, BYD è ormai a un passo dal sorpasso come leader del mercato. Anche altri marchi cinesi come MG e Great Wall hanno registrato crescite significative. BMW, invece, ha più che raddoppiato le vendite di veicoli elettrici, mentre Hyundai e Kia hanno ottenuto risultati più modesti.
Se il trend continuerà , l’Australia potrebbe diventare uno dei primi paesi occidentali a vedere una completa rivoluzione del settore auto sotto l’influenza cinese. Resta da vedere se il governo seguirà gli Stati Uniti con misure restrittive o se continuerà a privilegiare la competitività e l’accessibilità delle auto elettriche nel paese.

