Il settore automotive è in crisi profonda, e stavolta non si tratta solo di un calo momentaneo delle vendite o di un passaggio complicato alla transizione elettrica. La fotografia degli ultimi giorni restituisce un’immagine chiara: da Europa a Giappone, dalle piccole alle grandi case automobilistiche, si taglia, si chiude e si rivedono i piani. Il nostro team ha seguito da vicino le ultime notizie e proviamo qui a fare il punto, con qualche riflessione personale su quello che si prospetta come un ridisegno radicale del mercato auto.

Tagli e chiusure: da Nissan a JLR, lo shock della ristrutturazione
La notizia simbolo arriva da Nissan: la casa giapponese chiuderà lo storico impianto di Oppama, vicino Tokyo, entro il 2028, con il conseguente licenziamento di 2.400 lavoratori. È lo stabilimento dove è nata la prima Leaf elettrica. E se il Giappone piange, l’Europa non ride: Jaguar Land Rover, proprietà del gruppo indiano Tata, ha annunciato 500 esuberi tra i dirigenti UK, come risposta alla pressione delle vendite aggravata dai dazi doganali e da una transizione che stenta a decollare.
E qui ci chiediamo: è questa la nuova normalità? Meno impianti, meno lavoratori, e un’elettrificazione sempre più a scatti? La sensazione è che molte case stiano iniziando a rivedere drasticamente le loro strategie, mettendo da parte i proclami di rivoluzione elettrica e iniziando a fare i conti, veri, con la domanda reale.
Italia: un parco auto vecchissimo e poco ricambio
I dati parlano chiaro: oltre 10 milioni di italiani guidano auto con più di 15 anni, e oltre 26 milioni guidano auto con più di 7 anni. Una tendenza che nel nostro lavoro di test drive abbiamo toccato con mano ogni giorno, incontrando persone che amano ancora la propria vecchia auto, nonostante le sue inefficienze. Perché? Perché “funziona ancora bene”, ci dicono. Oppure, semplicemente, non possono permettersene una nuova.
Il problema è che queste auto non solo sono più inquinanti e meno sicure, ma vanno a cozzare con un impianto normativo – europeo e nazionale – che continua a spingere per un rinnovamento “green” senza però agevolare davvero il passaggio, né sul piano economico né su quello infrastrutturale.
Il gap con i brand cinesi è sempre più evidente
Un aspetto che non può più essere ignorato è il ritardo tecnologico dell’industria automobilistica europea rispetto ai marchi cinesi, soprattutto in ambito elettrico. Oggi i brand cinesi offrono veicoli 100% elettrici con tecnologie avanzate, piattaforme native e connettività integrata a prezzi mediamente inferiori, e soprattutto con un rapporto prezzo/tecnologia che li pone avanti di almeno 6-7 anni rispetto ai concorrenti europei.
Marchi come BYD, Nio, Xpeng o MG stanno guadagnando terreno rapidamente, offrendo auto che spesso surclassano per dotazioni e autonomia le concorrenti tedesche, francesi o italiane nella stessa fascia di prezzo. Lo vediamo anche nei nostri test drive: chi prova un’elettrica cinese, spesso si stupisce per qualità costruttiva, infotainment e assistenti alla guida avanzati.
Questo sta creando una pressione competitiva enorme, che le case europee non sembrano in grado di reggere nel breve periodo, complici costi di produzione più elevati, strategie incerte e ritardi nella transizione industriale.
Addio (per ora) all’idrogeno di Stellantis
Tra le notizie che più ci hanno colpito, c’è la decisione di Stellantis di sospendere il programma sull’idrogeno. La gamma Pro One, che avrebbe dovuto includere veicoli commerciali a celle a combustibile, viene congelata a tempo indeterminato. Le motivazioni? Mancanza di infrastrutture, costi troppo alti e pochi incentivi.
Per il nostro team, che crede nella diversificazione tecnologica e nella necessità di puntare anche su soluzioni come l’idrogeno (soprattutto per i veicoli commerciali e il trasporto pesante), è un duro colpo. Capire che la seconda realtà automobilistica d’Europa – con radici italiane profonde – non vede un futuro economico nell’idrogeno, è un segnale forte di quanto le promesse della transizione siano ancora lontane dalla realtà.
Acea e l’“effetto L’Avana”: allarme dalla lobby europea
Il CEO di Mercedes e presidente dell’associazione europea dei costruttori (ACEA), Ola Källenius, ha parlato chiaro: servono flessibilità e incentivi veri. La richiesta è di rivedere le norme sulle emissioni, includendo anche motori a benzina ad alta efficienza, ibridi, range extender e carburanti sintetici.
Källenius ha evocato un rischio concreto: l’“effetto L’Avana”, dove – come a Cuba – milioni di europei continueranno a guidare vecchie auto inquinanti perché non possono permettersi le nuove. Noi di Automotoelettriche.it riteniamo che sia una visione realistica. Troppo spesso vediamo famiglie e giovani guidatori scoraggiati dai costi elevati di accesso all’elettrico, dai timori sull’autonomia o dalla mancanza di colonnine.
Le nostre considerazioni finali
Se dovessimo riassumere tutto in una frase: la transizione ecologica nel settore auto sta frenando, ma le istituzioni sembrano ancora premere sull’acceleratore.
E mentre l’industria fatica, gli utenti restano fermi, spesso per necessità. Servono politiche pubbliche più efficaci, incentivi stabili, un piano nazionale per le infrastrutture di ricarica (e non solo sulle autostrade) e soprattutto la volontà di ascoltare chi davvero le auto le usa, ogni giorno.
Il nostro lavoro con Automotoelettriche.it continuerà a raccontare questo momento complesso provando le auto del futuro, ma senza mai dimenticare le esigenze di chi, oggi, è costretto a rimanere nel passato.

