La transizione elettrica non è in discussione. È necessaria, inevitabile e strategica per l’industria automobilistica europea. Ma come ogni cambiamento epocale, la differenza la fanno le scelte: chi paga, chi investe, chi guadagna e chi resta indietro. E qui la storia di Volkswagen ci parla con una chiarezza che è difficile ignorare.

Oliver Blume, CEO del gruppo, ha dichiarato senza mezzi termini che “per sostenere davvero l’elettrificazione servono infrastrutture di ricarica migliori, tariffe più basse e programmi di incentivi pubblici convincenti”. Tradotto: governi europei, aprite i portafogli. Perché noi, da soli, non possiamo farcela.
La richiesta arriva però in un momento che fa riflettere. Volkswagen nel primo semestre 2025 ha comunque registrato 4 miliardi di euro di utile netto. È vero, si tratta di un calo del 36,5% rispetto all’anno precedente, ma resta una cifra che non può certo essere definita irrilevante. Eppure, mentre si sollecitano aiuti di Stato e incentivi per far crescere il mercato EV, arriva la notizia che il gruppo è pronto a una cura dimagrante da 46.500 esuberi.
- 35.000 tagli nel marchio Volkswagen
- 7.500 in Audi
- 4.000 in Porsche
La motivazione ufficiale parla di “adeguamenti necessari in un contesto competitivo turbolento”. La realtà è che migliaia di famiglie perderanno il proprio stipendio, mentre si continua a distribuire dividendi e compensi milionari ai vertici aziendali.
Nel frattempo, il gruppo annuncia due nuove produzioni strategiche:
- ID.Cross (2026) nello stabilimento di Navarra
- ID.Every 1 (2027) in Portogallo
Siti scelti per garantire costi competitivi rispetto all’Est Europa e alla Cina. È il segnale di una ristrutturazione profonda: meno Germania, meno Europa “tradizionale”, più efficienza e più flessibilità nella filiera.
La domanda che dobbiamo porci
La mobilità elettrica è il futuro — questo lo sappiamo. Ma futuro per chi?
Per gli azionisti che vedono garantiti i dividendi anche in anni difficili?
Per i giganti dell’auto che tagliano per competere al ribasso con la Cina?
O per i lavoratori che, pur avendo sostenuto per decenni la crescita dell’industria europea, oggi vedono svanire le proprie certezze?
Se l’elettrico deve essere un’opportunità, deve esserlo per tutti:
- per i cittadini, che devono avere accesso alla ricarica ovunque e a prezzi equi
- per le imprese, che devono investire in innovazione senza scaricare i costi sulla collettività
- per i lavoratori, che meritano percorsi di riconversione reali, non slogan
Con 4 miliardi di utile, Volkswagen avrebbe potuto:
- accelerare sulla rete di ricarica,
- finanziare formazione tecnica,
- sostenere l’evoluzione delle linee produttive.
Ha invece scelto di chiedere soldi pubblici mentre riduce la forza lavoro.
Un gioco a due tavoli: i profitti rimangono privati, i costi diventano sociali.
Conclusione
La transizione elettrica non deve diventare un nuovo terreno di disuguaglianza industriale. Se l’Europa vuole restare protagonista della mobilità del futuro, deve richiedere responsabilità, non solo risultati economici.
Gli incentivi, se ci devono essere, devono essere condizionati:
- a investimenti locali reali,
- a tutela dell’occupazione,
- a piani credibili di riconversione industriale.
Perché l’auto elettrica non è solo una tecnologia: è un progetto sociale, economico e culturale.
E se il futuro è elettrico — e lo è — deve essere un futuro che includa, non che escluda.

