BYD non vuole semplicemente vendere auto in Europa. Vuole diventare parte del sistema industriale europeo, senza snaturare la propria identità. È questo il messaggio che emerge dall’intervista a Stella Li, manager alla guida del colosso cinese dell’elettrico, oggi primo costruttore mondiale di veicoli a batteria davanti a Tesla.

Un sorpasso simbolico e sostanziale, costruito su una strategia che BYD porta avanti da anni: puntare tutto sull’elettrificazione, senza ripensamenti.
«L’errore dell’Europa? Non aver creduto davvero nell’auto elettrica»
Secondo Stella Li, il ritardo dell’industria automobilistica europea nasce da una mancanza di convinzione iniziale:
«Molte aziende hanno investito in modo discontinuo, entrando e uscendo dall’elettrico. Noi no. Abbiamo creduto fin dall’inizio che fosse il futuro».
Una visione che ha portato BYD a risultati impressionanti: 2,26 milioni di veicoli elettrici venduti nel 2025, quasi un milione di dipendenti e oltre 120.000 ingegneri impegnati in ricerca e sviluppo. Numeri che raccontano un’azienda più simile a un grande gruppo tecnologico che a un costruttore tradizionale.
Non a caso, BYD deposita circa 52 brevetti al giorno e lavora su intelligenza artificiale, guida autonoma, robotica e sistemi di accumulo energetico. L’auto è solo una parte di un ecosistema molto più ampio.
Davos, Nvidia e Apple: BYD gioca nel campionato globale
Il nuovo status di leader mondiale ha portato Stella Li per la prima volta al World Economic Forum di Davos. Un contesto nel quale la manager cinese si muove con naturalezza, dialogando alla pari con i big della tecnologia globale.
Da Jensen Huang di NVIDIA a Tim Cook di Apple, BYD si presenta come un interlocutore credibile nel mondo high-tech, non solo automotive.
Dazi UE: «Non ci fermeranno»
Le nuove barriere europee sulle auto cinesi non sembrano spaventare BYD. Anzi, secondo Li rappresentano una reazione “naturale” a un cambiamento di equilibrio globale:
«Prima l’ondata americana, poi quella giapponese e coreana. Ora è quella cinese».
La risposta di BYD non è la fuga, ma la localizzazione. Lo stabilimento in Ungheria è già in fase di avviamento e l’obiettivo è raggiungere la piena capacità produttiva entro 18 mesi.
La filosofia è chiara:
mercato ricco = produzione locale.
No alle joint venture: «Modello superato»
Interessante anche la posizione netta sulle joint venture, spesso invocate dalla politica europea come strumento di controllo e trasferimento tecnologico:
«Non sono efficienti. Noi prendiamo decisioni in un secondo, una joint venture impiega mesi».
Per BYD il futuro è fatto di cooperazione globale, filiere aperte e competenze distribuite: chip americani, software internazionali, produzione localizzata.
Italia centrale nella strategia BYD: design e stile
Ed è qui che entra in gioco l’Italia. Non come semplice mercato, ma come hub creativo.
«Gli italiani amano le nostre auto per il design. Elegante, moderno, alla moda».
BYD ha già avviato un centro di design e ricerca a Milano, con un team di alto livello e designer italiani coinvolti direttamente nei progetti dei modelli futuri. Un grande evento di presentazione è previsto nei prossimi mesi.
Un segnale chiaro: l’auto cinese del futuro parlerà sempre più italiano, almeno nello stile.
Competizione, non protezionismo
Stella Li non esclude un futuro forte per l’industria europea. Cita Volkswagen come esempio di costruttore con basi solide, ma ancora indietro sul fronte tecnologico.
La metafora è sportiva:
«È come alle Olimpiadi: un anno vinci tu, l’anno dopo qualcun altro. L’importante è competere».
La visione Automotoelettriche
L’intervista a Stella Li conferma una tendenza che raccontiamo da tempo su Automotoelettriche:
la partita dell’auto elettrica non si gioca più solo sull’auto, ma su tecnologia, velocità decisionale, integrazione industriale e visione globale.
BYD non chiede permesso.
Sta semplicemente costruendo il futuro, un mercato alla volta.
E l’Italia, questa volta, non è spettatrice.

